Una coppia di anziani in spiaggia. Da subito è chiaro che Marisa è al centro ed è il centro: ingombrante – anche fisicamente dal momento che è costretta su una sedia – colorata, rumorosa. Ferdinando, suo marito, si avvicina e allontana, come legato a lei con un elastico, un elastico che si regge ancora, nonostante i suoi quarant’anni, che si tende allontanandosi e si ritrae a seconda gli umori di sua moglie. Marisa occupa tutto con le sue parole, i suoi pensieri, le sue richieste, i suoi ricordi, il suo orgoglio, il suo dolore e la sua risata. Ferdinando segue, non parla, ride, fa da contrappunto, tiene la rotta. Il resto è risata a crepapelle e poi, all’improvviso, crepacuore. Una storia piccola ma enorme. Quotidiana eppure quasi invisibile. Necessaria.

Marisa è – da sempre, ossia dal 2015 – Francesco Colella, attore “storico” di Ronconi, famoso ai più giovincelli per aver interpretato Don Calogero Sedara nella serie Netflix Il Gattopardo (e vi assicuro che dal vivo è più figo di quello che vi aspettate). In questo spettacolo suona di Calabria, di una cara amica dei miei genitori che tenta di insegnarci maledizioni, sortilegi e proverbi calabresi da quando mi ricordo, ma anche di tante figure che chiunque può ritrovare in tratti di qualcuno a cui voleva o vuole molto bene. Perché, anche esasperati, i gesti e le parole, le risa e la cura hanno a che fare con quella verità che è di tutti e che fa grande l’opera d’arte. Ferdinando è Giovanni Ludeno, amico adorato, attore straordinario e caparbio, che ha avuto – come tutto il gruppo di Vacis dei primi duemila – un’influenza enorme sulla persona che sono. A volte macchietta, esaspera e poi va in sottrazione. Sembra faccia poco e invece fa moltissimo. Lo spettacolo si regge perché c’è un elastico tra i due personaggi, una tensione continua. Un tempo questo ruolo era di un altro dei miei attori preferiti, Mariano Pirrello (che spero che qualcuno di chi legge abbia visto in Ho paura torero al Piccolo Teatro nel 2025) . Oggi Ferdinando è Giovanni, vincitore del David di Donatello 2025 come miglior attore non protagonista per la serie tv Le indagini di Lolita Lobosco, e io credo che il pubblico debba ringraziare attori così grandi che si mettono a disposizione di storie che potrebbero sembrare piccole e non lo sono, di spettacoli che richiedono così tanto l’uscire fuori da sé e tutta la fatica che si è vista solo alla fine, quando agli applausi ci si è resi conto che i loro corpi erano diversi, che gli attori erano più dritti, giovani, con un ritmo completamente diverso. Ho visto lo spettacolo quando era quasi finita la sua permanenza al Franco Parenti a Milano, complice quel solito passo indietro nei confronti di Gio e di quelli che sono andati avanti nella direzione della recitazione, soprattutto in quest’anno molto difficile per tutti noi. L’ho visto in una sala piccolissima, in un’atmosfera surreale, con una coppia di anziani tra il pubblico, simile e opposta a quella in scena, che cercava di sussurrare facendo ancora più casino. Lui cercava di fermare lei – molto simile a zia Yetta della sitcom degli anni ’90 La tata con i suoi occhiali da sole e i capelli cotonati – che mangiava patatine in busta sussurrando “Ho fame! Perché non posso mangiare??? Dammi il telefono che devo vedere come sto!” Dello spettacolo mi hanno stupito la solita magia di riuscire a trasformare una saletta in qualunque cosa, addirittura il mare (che mi stranisce sempre ma soprattutto in spazi non del tutto tradizionali, tipo una sala senza palco in cui le sedute sono a un metro dagli artisti) e i tre finali. O forse solo io li ho percepiti così quei tre momenti tagliati dal buio; per me sono stati tre possibilità differenti, tre ipotesi tra cui scegliere. Di questo Le vacanze dei signori Lagonìa ho scritto oggi, che è la Festa della Repubblica, anche perché questa storia non è solo italiana ma è anche italiana. Ed è molto triste pensare che sia una storia del 2015 e poi una storia anche del 2026. E penso che, purtroppo, è una storia che potrà essere raccontata anche domani e dopodomani. Sperando, però, che ci sia spazio per un finale che non abbia a che fare con nessuno di questi tre che ho visto io.

Segnatevi il titolo di questo spettacolo e cercatelo. Vale la pena da vederlo, riderne e poi continuare a pensarci, anche se si è dovuto litigare con qualcuno che ha avuto il coraggio di portare in sala le patatine o i popcorn.